Nel lavoro di Stefania Zoppellaro, la ceramica assume un significato che affonda le sue radici nella tecnica del raku per diventare, fra le sue mani, linguaggio. Le sue sculture nascono da un equilibrio instabile tra progetto e caso, tra il disegno iniziale e l’imprevedibilità del fuoco; è un’instabilità ricercata, è la filosofia del processo stesso.
Cresciuta in un ambiente familiare legato alle arti visive, Stefania Zoppellaro ha costruito il suo percorso per stratificazioni, fino a trovare nel raku una forma di pensiero prima ancora che una tecnica. Il fuoco, nel lavoro di Stefania, assume il ruolo centrale di elemento strutturale, capace di rivelare superfici che nessuna mano avrebbe potuto pianificare.
Quando ha capito che la ceramica sarebbe stata il suo linguaggio?
“Non parlerei di un momento preciso, ma di un processo graduale e quasi inevitabile. Il mio percorso nasce in un contesto familiare legato alle arti visive e la tradizione rappresenta un punto di partenza per arrivare al passaggio dalla tecnica al linguaggio.”
Una distinzione che torna spesso nel racconto di Zoppellaro: quella tra chi usa una tecnica e chi la abita. Il raku, per lei, appartiene alla seconda categoria.
Perché il raku?
“Per il suo rapporto diretto tra materia e trasformazione, che ne rivela la natura profondamente processuale oltre che estetica.”
La superficie di un pezzo in raku firmato Stefania Zoppellaro non è una scelta decorativa: è un campo aperto, attraversato da vibrazioni materiche che cambiano al variare della luce. Gli smalti cangianti, le craquelure, i riflessi metallici, gli effetti fumé non vengono applicati, ma estratti dalla materia attraverso la sottrazione di ossigeno durante la cottura. Il colore non è dipinto: è rivelato.
È questa la soglia che Zoppellaro esplora con rigore, ovvero il confine tra scultura e pittura materica, tra forma controllata e trasformazione imprevedibile.
Qual è il legame fra progettazione e forma finale?
“Il processo prende avvio da un disegno che definisce ritmo e proporzioni, tradotto poi in una forma costruita manualmente. Dopo l’asciugatura e una prima cottura che consolida la struttura, la superficie viene elaborata per stratificazioni di smalti e ossidi metallici, in un equilibrio delicato tra controllo e rischio.”
La fase decisiva avviene nella seconda cottura. La riduzione di ossigeno attiva trasformazioni che nessun disegno preparatorio può anticipare. Il raffreddamento finale fissa l’esito: quello che rimane è una forma in cui il rischio è parte del risultato. Nella ceramica raku di Stefania Zoppellaro, l’imprevedibile è la condizione da cui l’opera prende forma.
Un dispositivo di trasformazione
Zoppellaro definisce il raku “un dispositivo di trasformazione”: un’espressione che dice molto sulla sua idea di scultura. L’opera non preesiste alla materia: nasce dalla tensione tra ciò che l’artista progetta e ciò che il fuoco restituisce. Le geometrie intrecciate, le superfici profonde, le imperfezioni che diventano segni — tutto converge in pezzi in cui limite e trasformazione convivono.
Il risultato è un’estetica essenziale, lontana dall’ornamento, vicina a qualcosa che somiglia alla prova: di un materiale, di un metodo, di uno sguardo.
Stefania Zoppellaro lavora al confine tra scultura e pittura materica attraverso la ceramica raku. Il fuoco è il cuore del suo processo: non strumento di finitura, ma elemento che trasforma, rivela e decide.
IG: @stefaniazoppellaro